Ecco perché ho deciso di sostenere Matteo Renzi

lingottoDi solito non parlo delle vicende del mio partito sul blog, è uno spazio dedicato quasi esclusivamente all’attività amministrativa. Vista però l’importanza del momento rompo questa consuetudine.
Sono iscritto al PD dalla sua nascita. Lo sono perché credo fortemente che i partiti siano indispensabili per la vita democratica di un Paese e per il suo sviluppo socio-economico, (e lo credo nonostante i tanti loro limiti, propri di tutte le organizzazioni umane). Non è infatti un caso se per l’Italia il periodo di maggior crescita, nel primo e secondo dopoguerra, è coinciso con il momento di maggior dinamismo politico-culturale dei partiti.

Fatta questa doverosa premessa torno all’argomento del post: al congresso sosterrò la candidatura di Matteo Renzi a segretario nazionale. E lo farò principalmente per tre motivi.

1)  Per il suo programma. Ho letto le sue linee programmatiche (le trovate qui) e ho visto come sono state sviluppate con entusiasmo e competenza in questi giorni al Lingotto. Questo però non basta perché, come si suol dire, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Allora sono andato a rileggermi i punti programmatici di Renzi del 2012 (riportati nella pubblicazione “Un  viaggio per cambiare l’Italia”) e ho comparato quello che proponeva con quello che ha fatto una volta diventato premier. Bene, è stato di parola. Riforma del lavoro, superamento del patto di stabilità per i Comuni, abolizione dei costi della politica nelle Province, aumento della spesa pubblica per la cultura e riforma della gestione delle risorse, servizio civile europeo e universale, sostegno ai consumi con 100 euro in busta paga in più a chi guadagna meno di 2.000 euro al mese (è riuscito a darne 80 a chi ne guadagna meno di 1.500), lotta all’evasione fiscale utilizzando nuovi strumenti informatici, dichiarazione precompilata dei redditi,  freedom of information act, unioni civili, tutela dei prodotti agroalimentari, riforma del terzo settore, aumento investimenti sull’edilizia scolastica, piano per la diffusione della banda larga. A questi vanno poi aggiunte l’abolizione del Senato e la legge elettorale a doppio turno approvate ma poi bocciate dal referendum e dalla Consulta. All’appello rispetto al programma 2012 mancano: il contributo di solidarietà dalle pensioni più alte, l’aumento degli asili nido, la riforma degli atenei e la dismissione del patrimonio pubblico. Nonostante questo emerge dal confronto una coerenza rara tra gli impegni presi e quanto poi messo in pratica, soprattutto alla luce del tempo trascorso a Palazzo Chigi (2 anni e 9 mesi) e senza dimenticare la maggioranza variegata che si è trovato a guidare dopo la “non vittoria” delle politiche del 2013.

2) Perché sono convinto che il segretario del Partito Democratico debba essere anche il candidato premier della coalizione di centrosinistra alle elezioni politiche.
Il comma 1 dell’articolo 3 dello Statuto Pd recita “Il Segretario nazionale […] è proposto dal Partito come candidato all’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri.”. Su questo punto c’è una divisione netta tra le mozioni in campo. Orlando e Emiliano hanno proposto di separare le due figure. Se così fosse ci troveremmo di fronte ad un salto indietro nel tempo. E’ una differenza tutta politica e non organizzativa. Io difendo l’idea veltroniana della coincidenza dei due ruoli, una consapevolezza nata dopo gli errori che hanno portato alla fine dell’esperienza dell’Ulivo. Errori che non possiamo più ripetere. Renzi ha ragione quando afferma che i risultati del suo Governo sono stati ottenuti proprio per la forza politica che la doppia carica gli ha attribuito (qui trovate un riassunto dei provvedimenti, se togliete un po’ di comprensibile propaganda troverete il racconto di atti e leggi che hanno cercato di far ripartire questo Paese con risultati ampiamente positivi).

3) Perché chi si impegna il politica per guidare i processi di cambiamento delle proprie comunità non può accontentarsi di fare battaglie di testimonianza. Fino al 2013 in Lombardia il Partito Democratico non ha quasi toccato palla. In provincia di Varese alle regionali del 2010 il Pd si fermò al 19,9%, nel 2013 arrivò al 23,3%. Poi dalla vittoria di Matteo Renzi al congresso del 2013 iniziò un recupero mai visto alle nostre latitudini. Alle europee del 2014 il Pd varesino raggiunse lo risultato storico del 37,87%, primo partito in quasi tutti i Comuni della provincia, sempre nel 2014 vincemmo, grazie ai nostri amministratori, le elezioni provinciali e nel 2016 anche il Comune capoluogo. E’ una questione di proposte e di linguaggio. Il Partito Democratico di questi anni è stato in grado di rappresentare il dinamismo, la vitalità e le esigenze del nord più e meglio di quanto non avesse mai fatto prima. E’ un compito che ci siamo conquistati e che sarebbe una follia lasciare di nuovo ad una Lega inconcludente che oggi si allea ai peggiori movimenti neofascisti o ai Cinque stelle che hanno fallito ogni prova di governo.

Certo Renzi poteva fare di più e poteva fare di meglio. Ma il meglio è il nemico numero uno del bene e, soprattutto in Italia, la scusa migliore per non fare mai nulla. Perché i populisti davanti a un problema cercano un colpevole, i riformisti testardi cercano una soluzione.